sabato, 08 marzo 2008


100

Mia Cara,

questo è un grande periodo per te e per tutti noi. Un secolo, cento anni non sono pochi. Anzi. In così tanti anni gli uomini cambiano, migliorano, peggiorano, si evolvono. Tu invece per noi sei sempre restata uguale. Non è vero. Più passa il tempo e più diventi bella. Personalmente ho condiviso con te solo ventuno dei tuoi conto anni. Ma sono stati fantastici. Sai cosa ti dico, mia cara? Sono contento di aver condiviso questa ultima parte del tuo secolo con te. Sai perché? Perché tanti tanti anni fa, quando sei nata, i mezzi di comunicazione non davano il giusto onore ai tuoi colori, ora, invece, i tuoi colori sono più vivi che mai. Ti confesso, mia cara, che ultimamente mi sono ispirato ad uno dei tuoi più grandi estimatori, aimè scomparso: Peppino. Non che Giacinto non fosse una persona da cui prendere esempio, ma Peppino mi ha regalato la possibilità di provare piacere in un modo particolare. «La mia soddisfazione più grande –raccontava Peppino-  fu entrare nella sede del Milan e notare che per terra vi era un tappeto con il logo della stessa società. Mi pulii le scarpe non so quante volete». E io, mia cara, nei momenti tristi faccio qualcosa di simile: prendo un foglio e scrivo Milan, poi lo cancello, lo riscrivo e lo cancello e quando non si cancella più straccio il foglio. Ma bando alle frivolezze, quando, da piccolino, era ora di scegliere una squadra da portarsi nel cuore a vita ho scelto te, mia cara. Troppo facile scegliere quelli di Torino o quelli della sponda sbagliata di Milano. Troppo facile scegliere qualcuno che vince sempre. Io ho scelto te perché… non so perché. So però di aver fatto la scelta giusta. Grazie di tutto.

postato da: betto74 alle ore marzo 08, 2008 13:44 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 05 marzo 2008
Fra pochi giorni sono... 100!
postato da: betto74 alle ore marzo 05, 2008 18:07 | Permalink | commenti
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giovedì, 28 febbraio 2008

Pensiero stupendo...

postato da: betto74 alle ore febbraio 28, 2008 13:01 | Permalink | commenti
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martedì, 26 febbraio 2008

D poteva avere tutto ma ora, non ha nulla

Il padre aveva più volte tentato di ammazzare la madre. La madre faceva la puttana perché era l’unico modo per portare a casa soldi. La madre faceva la puttana e periodicamente rischiava la vita per colpa del padre che, chissà per quale motivo, tentava di levarla dalla circolazione. D pativa tutto questo. Aveva solo dieci anni. Pativa in tal modo che solo Dio avrebbe potuto alleviare il suo dolore, ma Dio non è mai stato presente nella sua vita. D possedeva solo una via di fuga. Una camera d’aria sferica ricoperta di cuoio. Inseguiva quella palla senza mai mollarla. Dribblava anche gli alberi, le sedie, le macchine, le auto. Dribblava tutto ciò che era dribblabile. Era la sua liberazione. Il calcio era la sua via di fuga dalla vita. Quella vita fatta di padre tentato omicida e di madre puttana. Un giorno decise di voler giocare in una squadra vera. Venne a giocare con noi all’età di undici anni. Era nettamente il migliore. Giocare con lui era semplicissimo. Se avevi la palla tra i piedi e non sapevi che fare, ti bastava passarla a lui e il problema era risolto. Un po’ come ha sempre fatto Costacurta con Baresi. Vederlo giocare con la palla tra i piedi era uno spettacolo. E come la trattava! La riceveva a metà campo e la portava dritta in rete. Ogni tanto per variare si faceva atterrare al limite dell’area, giusto per poter spedire la palla in rete su punizione, lasciando tutti (pubblico, avversari, compagni, allenatori, dirigenti) senza fiato. «Un vero spettacolo, amisci!» avrebbe commentato José Altarini. Un giorno una famosa squadra che veste la maglia rosso-nera di serie A volle fargli un provino. Tutto andò bene ma non lo ingaggiarono. Quelli della massima serie non diedero spiegazioni, ma tutti sapevamo che non lo avevano fatto per via della testa sballata. Ma come si fa, mi chiedo io, ad avere la testa a posto con il padre tentato omicida e la madre puttana? D oggi, all’età di 22 anni non ancora compiuti, non gioca più. Guadagna 800 euro al mese facendo il muratore anche di sabato e domenica. Il padre è morto d’infarto nel tentativo di far fuori la madre. La madre è diventata troppo brutta per far la puttana, ora, con quelle mani con cui ha toccato chissà quante migliaia di cazzi, vende hot dog e cibo di altro genere al self di un cinema. D poteva avere tutto ma ora, non ha nulla.

postato da: betto74 alle ore febbraio 26, 2008 11:12 | Permalink | commenti
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mercoledì, 13 febbraio 2008

San Valentino: sboccare frasi d'amore

Essere romantici a San Valentino è un po’ come essere buoni a Natale, fedelissimi e bigotti in punto di morte, ottimi calciatori quando ti devono scegliere per la partitella al campetto, grandi intenditori di vini quando sei a pranzo con uno che non ha mai bevuto vino, geniali parlanti di inglese mentre ti confronti con un vignaiolo piemontese nato nel ’30 che non è mai andato oltre al pozzo dell’acqua adiacente al suo terreno, celere cestista di un metro e settantacinque contro la squadra dei pulcini della tua città, grande scrittore in una comunità di analfabeti, celestiale donna in un mondo di uomini, magnetico uomo in un mondo di donne e Oscar Pistorius in una gara sui 400 per normodotati. Insomma, tutto troppo facile. Troppo facile anche recitare poesie, pure il più cretino di noi uomini a San Valentino trova poesie ovunque: nei cioccolatini, nelle caramelle, nelle tazzine di caffè, nelle confezioni di detersivo, sui giornali, in televisione e ovunque si giri. Una volta trovate vanno poi interpretate, inutile dire «sei il pieno dei miei istanti vuoti» se non si sa di che cazzo si sta parlando e chi l’ha pensata e quando (per la cronaca io e ora). Dire «ti amo» il 14 di febbraio è scontato come cantare «buon compleanno» il giorno in cui ricorre la data di nascita di qualcuno o chiedere «come va?» ad uno che ha appena avuto un frontale con un tir ai centotrenta mentre era comodamente seduto sulla sua smart. Ma anche le banalità, così come le eccezioni che confermano la regola (chissà poi perché?!), vanno onorate e da buona persona che critica ogni ricorrenza consumistica e di poco valore morale e sentimentale, anche io quest anno per San Valentino, comprerò qualche sfizioso gadget per l’altro sesso.

postato da: betto74 alle ore febbraio 13, 2008 13:02 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 04 febbraio 2008
Dicembre 2012 con gli Aerosmith



C’è chi dice 21 dicembre 2012, chi invece 22 dicembre 2012. Insomma, sul web si litiga per dare una data precisa alla fine del mondo. Avete capito bene, la fine del mondo. Secondo alcune scritture Maya, grazie ad un allineamento dei pianeti (i Maya furono i primi a capire che la terra gira attorno al sole) il clima sul nostro pianta cambierà radicalmente e noi saremo spazzati via. Bene. Cioè, male ma buono a sapersi, così uno si organizza. La tesi è stata confermata da alcuni scienziati americani. Ora, se codesti scienziati volessero firmarmi un documento sul quale affermano che mi ripagheranno in caso di mancata fine del mondo, io avrei un’idea per porre fine alla nostra civiltà. Prenoto gli Aerosmith per gli ultimi minuti del mondo, dopodiché chiederò loro di suonare Don’t want to miss a think un attimo prima di essere bombardati dalle meteore. Un modo cool di farla finita.

postato da: betto74 alle ore febbraio 04, 2008 16:01 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 21 gennaio 2008
Leonard,

un  metro e ottanta

per cento e trentacinque chili

 

bloody gun
Per Leonard era stata una giornata faticosa. Faticosa? Che dico, era stata una giornata di merda. «Una fottuta giornata di merda» avrebbe detto il suo miglior amico Will, l’ispettore. Si sa, i poliziotti tendono tutti ad estremizzare i rafforzativi. Ma per quanto, Leonard, quella sera si sforzasse, non riusciva proprio a raddrizzare quel fine giorno claudicante. Leonard, un metro e ottanta per cento e trentacinque chili, abitava in una casa latrina in Mc Cane Street al centotrentaduesimo, anche se il suo sogno era di trovar casa sulla Sunset Boulevard. Ma lì, proprio sulla Sunset, gli appartamenti erano troppo cari per uno che guadagnava appena ottocento dollari al mese, con quello stipendio si poteva a mala pena permettere l’auto che aveva comprato di terza mano giù a Strepper Hill, dallo sfasciacarrozze più unto, viscido e bastardo che ci fosse in città. Leonard, un metro e ottanta per cento e trentacinque chili, non aveva moglie, fidanzata o qualsiasi altra cosa con cui sfogare le sue pulsazioni sessuali, nemmeno le prostitute si poteva permettere. Leonard, un metro e ottanta per cento e trentacinque chili, aveva un problema, un grosso problema. E non era il peso. Il problema di Leonard erano i russi ciuccia stuzzicadenti con zucchero annacquato nella wodka, di Spring Road, incrocio con la trentottesima. Russi ciuccia zucchero che volevano, giustamente indietro i soldi che avevano prestato a Leonard. Leonard, un metro e ottanta per cento e trentacinque chili, non era mai stato uno di parola. Promise a Will, l’amico ispettore di non prendere soldi dagli strozzini, e ora si trovava in un casino più grande di lui. Leonard, inserì la chiave nel nottolino della serratura diede un energico quanto voglioso di sdraiarsi sul divano, giro e si infilò velocemente nella casa latrina Mc Cane Street. Libero. Libero dai portoricani sempre in festa, dalle loro donne succhia cazzi, libero dai cinesi che hanno una soluzione comoda, poca costosa e scadente per tutto, libero dagli Stati Uniti che dichiarano guerra se solo provi a pensare anti-americano. Libero dagli italiani con i loro capelli impomatati, libero dagli ebrei che vogliono per forza di cose venderti gioielli che non puoi permetterti e dei quali non hai bisogno. Will, avrebbe detto: «Fottutamente libero». Leonard avanzò nella casa latrina per alcuni metri, poi svoltò in cucina. Accese la luce sfiorando il legno tagliente delle pareti non incartate. Click. Zucchero, wodka e fottuti stuzzicadenti di legno importati dalla Svezia. I russi. «Leonard, vecchio amico di patria!»Leonard si ricordò di un lontano parente russo. «Ciao, Vladimir» disse Leonard. Poi silenzio. Il suo sguardo pallido e lento si spostò verso i due parapalle di Vlad e verso al tizio seduto, imbavagliato, graffiato e legato proprio al fianco di Vlad. «Leonard, vecchio amico di patria, ho avuto splendida idea per saldare tuo debito» disse Vald giochicchiando con la Beretta fatta importare direttamente dall’Italia. Leonard ribatté: «Ah sì, Vladimir?». Il russo annui con la testa. Poi si alzò e prese la pistola per la canna infilandola tra le mani di Leonard. Poi esclamò: «vedi Leonard, vecchio amico di patria, questo stronzo che tu ha davanti ora, deve a me più soldi di quanto tu devi a me. Se tu ammazzi lui tuo debito estinto». Leonard ci pensò un pochino poi disse: «Ma Vladimir, io non posso. Non lo conosco nemmeno. Perché?». Vlad: «Perché questo stronzo non è in grado e non sarà mai in grado di ridarmi miei soldi. Tu invece non sei così scemo. Spara». Leonard ci pensò poi pensò anche alle conseguenze se non avesse premuto il grilletto. Bang. In pieno volto, a terra. Steso. Vlad richiamò i parapalle e si diresse all’uscita. «Vlad, la pistola» disse l’omicida. E Vladimir: «No vecchio amico di patria. Quella pistola è sporca di una rapina e due omicidi. Ora tu pulisci questo casino e fai sparire pistola. Se tu chimi polizia, tu e tuo amico poliziotto è uomo morto». Una lacrima cadde dalle gote accaldate e agitate di Leonard. Dopo un’ora Leonard, chiamò Will e gli raccontò tutto. Will: «Fottuta giornata di merda, non toccare nulla, facciamo sparire tutto. Ti aiuto io». Leonard, un metro e ottanta per cento e trentacinque chili, aveva appena ucciso un uomo, ma da quel momento aveva un problema in meno.  

postato da: betto74 alle ore gennaio 21, 2008 15:21 | Permalink | commenti
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martedì, 25 dicembre 2007
...e il sole illuminò la tragedia monferrina.


capra

Il sole di primavera si stava facendo alto e caldo sulle colline monferrine, come ogni primavera monferrina che si rispetti. Dietro ad un abete, sopra un colle, distante dalla strada e dal centro abitato, al dilà di una siepe, poco dopo un laghetto stagnante, al disopra dei verdi prati assiduamente frequentati dai pastori con le loro pecore, una delle tante cascine tipiche scopriva la luce di questo nuovo giorno a poco a poco. Prima la stradina che conduceva all’abitazione, poi il cortile, poi l’abitazione e infine il grande selciato retrostante alla casa. Proprio su quel selciato da anni vivevano due animali. Tosca e Irma. Rispettivamente un bracco tedesco e una capra tibetana. Nulla che avesse a che fare con radici monferrine. Ma nonostante ciò la convivenza era gioviale. Tosca e Irma si conobbero quando entrambe avevano pochi mesi, forse un anno. Non di più. Irma fu regalata alla famiglia proprietaria della casa da un’anziana signora che non poteva prendersene cura, Tosca invece, aveva un passato un po’ più complicato e travagliato. Infatti, durante i primi mesi di vita il giovane bracco fu addestrato per la caccia dal suo padrone. Ma non c’era nulla da fare, la caccia, non le piaceva e, nonostante le certe capacità, non ne voleva sapere di andare a scovare lepri, fagiani, minilepri o qualsiasi altro animale. Botte. Botte. Botte e botte. A non finire. Il suo padrone le diede tante legnate da farle provare un dolore che mai aveva provato durante la su breve vita. Poi una mattina d’inverno il bracconiere la caricò su una vecchia gip e la portò in una riserva di caccia, dove decise di sperderla. Dopo qualche giorno la povera Tosca, ancora sanguinante per le percosse subite, trovò rifugio in quella casa dietro ad un abete, sopra un colle, distante dalla strada e dal centro abitato, al dilà di una siepe, poco dopo un laghetto stagnante, al disopra dei verdi prati assiduamente frequentati dai pastori con le loro pecore. In quel luogo estrapolato dalle favole trovò l’amore, o almeno il minimo rispetto, dei padroni e la sana e sicura amicizia della bianca Irma. E fu così che cominciò l’amicizia tra due esseri che nulla hanno a che fare in natura se non essere l’una il possibile cibo dell’altra. Ma questo era distante dai pensieri di entrambe perchè entrambe avevano cibo a sufficienza e ciò rappresentava la sicurezza (almeno per Irma). Ma se la cascina dietro ad un abete, sopra un colle, distante dalla strada e dal centro abitato, al dilà di una siepe, poco dopo un laghetto stagnante, al disopra dei verdi prati assiduamente frequentati dai pastori con le loro pecore sembrava un posto idilliaco per passarci la vita, non lo era di certo quella mattina di primavera. Irma si voltò cercando con lo sguardo Tosca, senza però riuscire ad inquadrarla. D’un colpo si trovò a terra, abbracciata al collo dall’arcata dentale di Tosca. Dapprima la bianca capra tibetana pensò che volesse giocare, ma solo dopo pochi secondi, troppi per poter reagire, realizzò che quello non era un abbraccio, non era un gioco, non era uno scherzo. Quella mattina di primavera il sole si stava facendo alto e caldo sulle colline monferrine, come ogni primavera monferrina che si rispetti. Dietro ad un abete, sopra un colle, distante dalla strada e dal centro abitato, al dilà di una siepe, poco dopo un laghetto stagnante, al disopra dei verdi prati assiduamente frequentati dai pastori con le loro pecore. Quella mattina il sole ancora assonnato dal lungo inverno illuminava mano a mano la stradina che conduceva all’abitazione, poi il cortile, poi l’abitazione, poi il grande selciato retrostante alla casa e infine il corpo immobile di una bianca capretta tibetana.

postato da: betto74 alle ore dicembre 25, 2007 15:09 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 01 novembre 2007
Hugo Pratt



Hugo se ti vedesse Corto. Tu che gli hai sempre detto di non fare figli e di evitare le donne. Tu che sei caduto nel tuo più grande accorgimento che hai dettato agli altri. Me perché? Perché la tua arte viene considerata così bella, così priva di colore e disegno da farci immaginare un mondo straordinario, che forse nemmeno esiste? La tua arte. La stessa che sta portando alla rovina il tuo buon nome. Hugo se ti vedesse Corto. Fumando, con gli occhi nascosti sotto quel cappello da capitano che non è mai stato, ma grande marinaio si. Tu che lo hai sempre invitato a innamorarsi delle donne ma mai a fidarsi di loro. Loro che sono un sogno bellissimo finché non ne vieni completamente stregato e di conseguenza trainato in un incubo. Hugo se ti vedesse Corto. Tu che l’hai obbligato ha godere del desiderio di una donna qualsiasi ma bellissima a pochi centimetri dal naso, ma senza mai andare oltre al puro e semplice piacere mentale di fare qualcosa con quel corpo devastantemente divino. Hugo se ti vedesse Corto. Con eleganza e violenza appoggerebbe le sue nocche appena sotto la bocca del tuo stomaco. Per poi dirti che la donna è pericolosa e l’arte va lasciata agli uomini e non ai figli. Per non parlare delle donne, alle quali non si dovrebbe affidare nemmeno loro stesse, figuriamoci l’arte, il mondo, la propria vita. Hugo se ti vedesse Corto. Urlerebbe di dolore alla luna, per poi tornare al suo solito savoir faire e consigliarti da buon amico di credere nel sogno, perché questo mondo l’hai reso brutto. Hugo se ti vedesse Corto. Magari in un viale d’autunno, con le foglie gialle che cadono dagli alberi, il vento che va da destra a sinistra in modo lieve e ritmico. Il miele delle api che profuma l’aria e tu, immerso nei tuoi sogni a disegnare lui. E lui che passa a fianco a te scrutandoti e guardandoti dentro come solo te stesso puoi fare. Hugo se ti vedesse Corto. Sarebbe dolcemente e pazzamente, ma sempre con charme fiero di te, perché lui è talmente egocentrico che uno migliore non lo avresti di certo potuto creare.    

postato da: betto74 alle ore novembre 01, 2007 21:29 | Permalink | commenti
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martedì, 09 ottobre 2007
Touchdown


Che sia ovale, rotonda, piccola, grande, media, gialla, verde, bianca, nera, calda, fredda o che sia un normale attrezzo lei è il tuo obiettivo. O meglio, con lei puoi raggiungerlo. Correndo, sempre più veloce. Al limite delle tue possibilità, con il pensiero fisso che il momento più bello sarà l’attimo prima della consegna della palla alla vittoria.

postato da: betto74 alle ore ottobre 09, 2007 10:27 | Permalink | commenti (1)
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